L’amante

NarrantiErranti (NE) è un gruppo dedicato alla micro-narrativa. Ogni settimana vengono forniti due termini da collegare in un racconto di massimo 400 battute.

Questa settimana le parole erano: alfiere - avvocato.

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Non riesco a concentrarmi sul mio alfiere, i miei occhi continuano a essere attirati da quel sorriso malizioso e sensuale. Labbra voluttuose che mi ricordano subito i baci infuocati di ieri notte. Guarda la scacchiera, concentrati! Non è soltanto un buon amante, è anche spontaneo, divertente, curioso… potrebbe essere perfetto. Ma nemmeno l’avvocato del Diavolo potrebbe salvarmi: lui è di un’altra.


Il pirata

Paolo Conte, ‘Elegia’*

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Dorme beato sulle mie ginocchia. Lo guardo sorridendo invidiosa della sua pace. Non posso impedirmi di giocare con i suoi capelli e stuzzicargli dispettosa le orecchie. Sento un bocciolo di bellezza nascere nella mia testa e sono tentata di fermarmi a coltivarlo fino a vederlo fiorire. O per lo meno finché questo giovane non decida di svegliarsi. Invece un antipatico pensiero mi ricorda che ho degli obblighi nei confronti delle persone che sono con me. Così mi decido a interrompere il suo riposo e il mio momento idillico si sgretola al suo risveglio, avevo quasi sperato non reagisse.

Nei suoi sogni potrei affogare e ogni volta che lo incontro mi trascina ancora un po’ più giù, verso il suo fondale di illusioni. I suoi desideri risvegliano i miei, addormentati da una vita freneticamente dedicata al dovere. E mi sento nuovamente una ragazzina in un mondo dove tutto è possibile, con un futuro raggiante davanti a me. Ogni dubbio si dissolve: tutto è nuovamente realizzabile.

Le prime dita di luce umida e fredda mi derubano della mia notte. Ma questo nuovo giorno non può sottrarmi il ricordo che si è impresso nel mio cuore: una musica indefinita sparata a tutto volume all’angolo tra due strade e la lotta di otto note ripetute con urgenza per cercare di farsi sentire, una voce arrochita dall’alcool che rapita canta le prime frasi di una bellissima canzone.

*Testo

Avevo una passione per la musica
di ruggine
nerastra tinta a caldo di caligine
metropoli
le tentazioni andavano e venivano
cosa farò di me?

guidavo nella notte ferma immobile
friabile
venivo da una valle dove annuvola
nell’umido
sentivo sulle spalle un bel solletico
tu cosa vuoi da me?

lasciando alla mia infanzia
ogni ingenuità sensibile
l’amore è uno stregone un fuoco
isterico magnifico
carezza di una mano che semplifica
cosa sarà di me?

l’abbraccio adulto in un silenzio
scenico visibile
l’incendio è la stagione
delle tenebre bellissime
avevi fatto in aria un incantesimo
tu cosa sei per me…

People

Get out, get out, get OUT!

It doesn’t work. I have never been able to accept being helpless in steering the course of my dreams, but so often I am. They do as they like and I end up waking up angry and frustrated.

I hate mornings almost as much as I love my morning cappuccino: waking up feeling crappy and remembering.

I envy those people that never remember what they dreamt because I feel that whenever I do it’s a nightmare. It’s not monsters that populate my nights, it’s real people, people I know… and people are exhausting.

People don’t listen even when you yell at them.

People don’t care it’s your dream and they should do what you want.

People mostly do what you tell them not to do.

People love and hate, go and stay, talk or shut up and it’s all out of your control.

What frustrates me even more is that I’m no better with people in real life than in dreams. I admire human beings and I enthusiastically observe them almost as if I wasn’t one of them, but when it comes to making contact and building relationships I crumble.

They either slip through my fingers like cold water or stick to my skin like leeches.

I either shut them out completely or willingly give them all I have.

Stay with me.

Leave me alone.

All or nothing, I know no middle way.

Rotten or dry, my relationships are always distorted.

Correndo verso il baratro

NarrantiErranti (NE) è un gruppo dedicato alla micro-narrativa. Ogni settimana vengono forniti due termini da collegare in un racconto di massimo 400 battute.

Questa settimana le parole erano: locomotivacontrario.

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Tu tum tu tum, ci allontaniamo al ritmo di un cuore in accelerazione. Come una locomotiva impazzita, grazie a fornaci ardenti e rigonfie scappiamo. La mia generazione si precipita verso l’unico futuro che le è certo: la morte.
Noi, giovani senza piani, abbiamo imparato a correre quando avremmo dovuto capire che il contrario è più importante. Siamo ancora in tempo a frenare prima di schiantarci?


Sotto l’acqua di Verona – Einaudi in concerto

©cacheepr.wordpress.com

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In poche ore il cielo è diventato color carbone. Nuvole gonfie e minacciose sono illuminate a tratti dai fulmini. Gli sguardi del pubblico si levano al cielo, nervosi e preoccupati. In quella che sembra una corsa contro il tempo il concerto comincia in orario, un avvenimento raro. Due note solitarie s’innalzano nella densa calma prima della tempesta e dalla platea risuona un grido: “Piove!”, in risposta il fruscio di qualche migliaio di impermeabili e ombrelli si diffonde nell’arena soffocando per qualche secondo la musica.

Improvvisamente l’Arena è punteggiata di piccoli tetti di stoffa colorata sotto i quali si rifugiano coppie di irriducibili amanti di musica. Questa non si ferma; il tempo non la intimidisce anzi funge da cassa di risonanza per le emozioni. Mistero e nostalgia impregnano ogni goccia. È come se anche la pioggia volesse suonare, o applaudire, non è chiaro.

Qualche testa fa capolino ogni tanto, il suono non le basta, è curiosa di vedere cosa succede sul palco e non si cura della pioggia battente. I tuoni commentano l’evento brontolando. Pian piano la pioggia diminuisce e i più temerari cominciano a chiudere gli ombrelli con cautela. Un gesto apprezzato dagli spettatori delle file retrostanti che riescono infine a vedere qualcosa dei musicisti. I più cauti sorridono saccenti quando la pioggia riprende.

Il concerto intanto è passato a un intimo piano solo. Commovente e delicato conforta gli animi bagnati. A tratti la pioggia si mangia qualche nota cercando di rubare i riflettori alla musica. È durante un duetto corteggiatore tra pianoforte e violoncello che infine il tempo si arrende.

Il palco si svela agli occhi delle coppie nascoste dagli ombrelli, si scoprono gli artisti riflessi da una lunga pozza lucente ai loro piedi. L’umore generale sembra sollevarsi con l’ultima goccia caduta e il concerto stesso evolve verso sonorità più dinamiche. L’acqua però non ha smesso di stuzzicare Einaudi: mentre le sue dita rallentano alla fine di una frase per evocare la tensione dell’attesa l’acqua raccolta dal tendone scroscia ai suoi piedi provocando una cascata di risate. Einaudi allora ripete la stessa frase musicale e con un gesto teatrale, quasi un inchino, la dedica alla pozza al suo cospetto conquistando tutti i cuori.

Gli artisti si inchinano e salutano l’Arena che si alza e grida in un tripudio di mani. C’è dell’amore nell’intenso applauso, ma anche un appello animoso a non sfidare questo fedele pubblico mandandolo a casa senza un meritato bis. Quando ormai sembra non esserci più speranza, e i più scettici sono ormai partiti, ecco il glorioso finale. Una dedica, un ringraziamento a cuore aperto pieno di ritmo e gioia, tanto che l’intera Arena è in piedi e balla. Grazie!

Infine cade il silenzio. I sederi sono tutti fradici, qualcuno strizza il vestito o il cuscino su cui era seduto, ma le intemperie non sono riuscite a rovinare l’esperienza, anzi l’hanno resa unica e indimenticabile.