Do you want your pendants back?

He took off, leaving me to bathe in my excitement. Slowly, my rational self rose from her slumber and I started to think. Wait. He didn’t leave, he fled. A quick, “I want to get out” type of escape. He chickened out abandoning a few things behind. I know what spooked him, it’s the same thing that spooks them all.

I’m an over-enthusiastically happy lover. I laugh, loudly. I talk, probably too much. I kiss and bite, both with the same passion. I’m excited and over the top. I’m probably overwhelming considered this encounters don’t usually survive a one night stand.

But I’m not going to say “I’m sorry”. Not this time. I can’t bear the serious sex, either deeply involved or extremely detached. I can’t help but be lightheartedly present. Caught up in the electric energy created by the body of someone I like. Delighted by this comically rejuvenating feeling. Absorbed in this ecstatic moment though not committed for life. Somehow my euphoria translates into engagement, as if I’d ask them to marry me at every laugh. No, sir. Oh, God no!

I only want some sex I can recall with pleasure and joy. Sex that will put a secret private smile on my face while recollecting fragments of its memory. So, no. I’m not going to beat myself up over another frightened selfish guy. Too bad for him. I’ll continue to be an over the top partner, loving in my own ridiculous, crazy and happy way until I’ll find someone that can appreciate what I do, and correctly decipher why I do it.

To all the others that didn’t get it, you’re the lovely assholes I’ll remember fondly because of some really good, happy sex.

Ricordando Franko

Guardo il riflesso metallico del binario davanti a me, non più oggetto di vita quotidiana, ma fantasma di un male che sfioro senza capire. Abbandonata dalle stesse parole che mi hanno in così tante occasioni consolata, mi sento impotente. Sono solita trovare conforto nel suono di una frase ben costruita, tremante d’emozione. Non stavolta. Vana è la mia ricerca, continuo ad ottenere la stessa risposta: silenzio. Qualsiasi cosa possa dire è sbagliata, banale, proforma, insensibile.

S’insinua allora il desiderio di un contatto fisico, del calore rassicurante dell’abbraccio di un altro essere umano colpito dalla stessa tragedia. Qualcuno che capisca e condivida il peso di questo vuoto.

Vedo sfilare davanti a me quel gruppo di giovani monelli, facce che ogni volta mi strappano un sorriso perché sempre calorose e accoglienti, generose e genuine, malgrado la loro fama di piantagrane. Giovani pieni di creatività e di progetti. Giovani che hanno intrapreso strade diverse, eppure ritornano nel paese insignificante che li ha visti crescere e quando si ritrovano sembrano non essersi mai persi di vista. Lontana, posso solo immaginare i loro volti tormentati. Abbraccio ognuno di loro sperando che il mio pensiero li raggiunga portando con se un po’ di vicinanza e calore.

Era il più quieto, timido e riservato. Aveva una voce profonda che usava raramente. Ma tutto ciò che non diceva lo dipingeva.

Nell’ombra danzante dei pini della via Maremmana si staglia la sua figura snella. Concentrato sul nodo di braccia intrecciate che sta dipingendo asciuga il pennello e lo immerge nuovamente nella mistura di acquarello. Frank! Con una battuta appaiono gli amici, si fermano per fare quattro chiacchiere, organizzare la serata, ammirare l’opera. Un giorno d’estate, caldo e piacevolmente rinfrescato dalla brezza marina. Un pomeriggio sereno.

Con quell’aria di chi è perennemente perso nei suoi pensieri, aveva un modo tutto suo di creare opere di una bellezza viscerale. Immagini così vivide da diventare indimeticabili. Era un animo puro. Troppo sensibile per questa società. Uno spirito lontano mille miglia, a caccia di qualcosa che questa vita non ha saputo dargli.

Stiamo sbagliando tutto, se nella nostra disperata corsa verso il futuro sono queste le persone che calpestiamo e abbandoniamo. Stiamo sbagliando tutto.

Sotto l’acqua di Verona – Einaudi in concerto

©cacheepr.wordpress.com
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In poche ore il cielo è diventato color carbone. Nuvole gonfie e minacciose sono illuminate a tratti dai fulmini. Gli sguardi del pubblico si levano al cielo, nervosi e preoccupati. In quella che sembra una corsa contro il tempo il concerto comincia in orario, un avvenimento raro. Due note solitarie s’innalzano nella densa calma prima della tempesta e dalla platea risuona un grido: “Piove!”, in risposta il fruscio di qualche migliaio di impermeabili e ombrelli si diffonde nell’arena soffocando per qualche secondo la musica.

Improvvisamente l’Arena è punteggiata di piccoli tetti di stoffa colorata sotto i quali si rifugiano coppie di irriducibili amanti di musica. Questa non si ferma; il tempo non la intimidisce anzi funge da cassa di risonanza per le emozioni. Mistero e nostalgia impregnano ogni goccia. È come se anche la pioggia volesse suonare, o applaudire, non è chiaro.

Qualche testa fa capolino ogni tanto, il suono non le basta, è curiosa di vedere cosa succede sul palco e non si cura della pioggia battente. I tuoni commentano l’evento brontolando. Pian piano la pioggia diminuisce e i più temerari cominciano a chiudere gli ombrelli con cautela. Un gesto apprezzato dagli spettatori delle file retrostanti che riescono infine a vedere qualcosa dei musicisti. I più cauti sorridono saccenti quando la pioggia riprende.

Il concerto intanto è passato a un intimo piano solo. Commovente e delicato conforta gli animi bagnati. A tratti la pioggia si mangia qualche nota cercando di rubare i riflettori alla musica. È durante un duetto corteggiatore tra pianoforte e violoncello che infine il tempo si arrende.

Il palco si svela agli occhi delle coppie nascoste dagli ombrelli, si scoprono gli artisti riflessi da una lunga pozza lucente ai loro piedi. L’umore generale sembra sollevarsi con l’ultima goccia caduta e il concerto stesso evolve verso sonorità più dinamiche. L’acqua però non ha smesso di stuzzicare Einaudi: mentre le sue dita rallentano alla fine di una frase per evocare la tensione dell’attesa l’acqua raccolta dal tendone scroscia ai suoi piedi provocando una cascata di risate. Einaudi allora ripete la stessa frase musicale e con un gesto teatrale, quasi un inchino, la dedica alla pozza al suo cospetto conquistando tutti i cuori.

Gli artisti si inchinano e salutano l’Arena che si alza e grida in un tripudio di mani. C’è dell’amore nell’intenso applauso, ma anche un appello animoso a non sfidare questo fedele pubblico mandandolo a casa senza un meritato bis. Quando ormai sembra non esserci più speranza, e i più scettici sono ormai partiti, ecco il glorioso finale. Una dedica, un ringraziamento a cuore aperto pieno di ritmo e gioia, tanto che l’intera Arena è in piedi e balla. Grazie!

Infine cade il silenzio. I sederi sono tutti fradici, qualcuno strizza il vestito o il cuscino su cui era seduto, ma le intemperie non sono riuscite a rovinare l’esperienza, anzi l’hanno resa unica e indimenticabile.