Ritorno

Ritrovo quella sensazione che immagino sia molto comune, ma che mi lasciava da piccola senza fiato, sola e smarrita all’uscita della piscina. Che ancora oggi mi colpisce inaspettatamente quando lascio la doccia per avvolgermi nell’asciugamano. Mi ricordo di aver letto da qualche parte che ha a che vedere con ricordi inconsci dei nostri primi nove mesi di vita e dello shock di venire al mondo e lasciare quell’angolo di paradiso. Immergersi in acqua ci ricorderebbe il liquido amniotico dell’utero materno e uscirne sarebbe come rivivere il trauma della nascita: caos dove c’era pace e soprattutto, abbandono e solitudine. Il corpo pesa dieci chili in più e ha un disperato bisogno di essere abbracciato, di ricevere parole dolci sussurrate in un orecchio e piangere silenziosamente tra le braccia di qualcuno che gli vuole bene.

È così che mi sento a dover partire proprio adesso: come se mi avessero obbligata a nascere prima del tempo. Perché mi ero appena riabituata alla Maremma, ai suoi tempi pigri e strascicati. Al sole e al profumo della sera, quando con il fresco e il favore della notte, la vita riemerge con passione e dolcezza. All’accento aspirato e ai modi di dire grezzi e volgari. Complice soprattutto un’effimera cottarella estiva, di quelle che sanno di mare e che sopravvivono solo alla luce della luna: un sogno di luglio dal bacio salato. Braccia che avvolgono con calore, labbra morbide e tentatrici che stuzzicano la mia pelle. Equilibristi dell’amore, in bilico tra bisogno carnale e desiderio romantico. Intimità semplice e familiare.

È bello per una volta essere la fantasia esotica e misteriosa di qualcuno che ti ammira e ti vuole da tempo. Non vedere riflesso negli occhi di chi ti sta davanti solo la tua funzione: un buco da riempire, per l’auspicato piacere di entrambi. Mi ha ricordato che, per quanto breve e fasullo, un momento d’amore velato dell’illusione di un atto unico e magico ti lascia senza fiato. Drogato, incapace di praticare l’astinenza, ma in ricerca perpetua e disperata del proprio spacciatore. Ho provato un piacere egocentrico e inebriante nel perseguire questa stupida infatuazione e cullata dal calore delle sue semplici attenzioni mi sono sentita di nuovo a casa.

Arranco cercando di prolungare questo momento di pura felicità, quasi a volerlo congelare, conservare per periodi futuri tristi e solitari. È soprattutto per questo che mentre preparo la valigia e stampo il biglietto di ritorno, il mio pensiero annaspa alla ricerca di una via di fuga, di una qualsiasi scusa per rimanere. Sconfitta, sul treno, mi assalgono ondate di nostalgia e tristezza, mischiate a rabbia e rassegnazione. Cerco conforto nella razionale constatazione che tanto non sarebbe durato.

Atterro nella città che mi osserva vivere da quattro anni, la città da cui sono scappata due settimane fa sopraffatta dai suoi rumori, sull’orlo dell’esaurimento nervoso e in cerca disperata di pace e affetto. Atterro e non riconosco nulla. Tutto mi è estraneo, come la prima volta che sono arrivata a Bruxelles. Come può una città essere tanto cambiata? O sono io? Disorientata. L’anima sconquassata di qualcuno che cerca di rimettere insieme i pezzi di un puzzle buttati a terra dal vento. Oddio, e se ne avessi perso qualcuno?

La mia mente, rimasta impigliata in dolci trame maremmane, ha mollato il mio corpo che goffo cerca di ritrovarsi in questo posto, di riconoscere l’idioma, di orientarsi tra le sue vie. È così che sento la pesantezza di colui che emerge dall’acqua e sopraffatto dalla violenza dell’abbandono si stringe nell’accappatoio in cerca di conforto. Esco. Ho bisogno di circondarmi di persone, amici, di parlare perché so benissimo che appena mi isolerò, la solitudine si farà molto più acuta e non basterà crearmi un nido di lenzuola per farmi sentire amata.

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