Il cieco

Persa tra i miei pensieri attraverso la stazione della metro. Evito chi incrocia la mia strada mentre la mia mente compila una lista delle cose che mi rimangono da fare. Cammino con passo spedito, un po’ nervoso, senza guardare le indicazioni attorno a me perché conosco la strada a memoria. Con la coda dell’occhio noto un uomo cieco, il suo lungo bastone bianco ritma i suoi passi saggiando lo spazio davanti a sé. I passanti lo notano come me e lo evitano con semplice indifferenza, come un ostacolo qualunque.

Anche io mi appresto a fare la stessa cosa, senza soffermarmi sulla sua condizione più a lungo di una considerazione quasi infastidita dal fatto di dover cambiare il mio percorso. Ma questi, quasi avesse percepito il mio pensiero colpevole, richiama la mia attenzione con un “Madame!”. La sua richiesta è semplice: guidarlo alle scale mobili che portano al binario della metro. Imbarazzata come un ladruncolo preso in fallo, sento di non poter rifiutare, prendo quindi maldestramente il suo braccio e lo guido a piccoli passi. Percorsi pochi metri una serie di cavi attraversano la nostra strada e lo avverto della loro presenza. Mi chiede se fanno dei lavori, gli spiego allora che stanno montando un palco con degli strumenti musicali perché durante la giornata ci sarà della musica in varie stazioni. Arriviamo velocemente alla meta e lo lascio con un impacciato “Bonne journée!”.

Più tardi mi è capitato di ripensare a questo episodio e di ricordare una scena del film “Il favoloso mondo di Amélie” che ho sempre trovato molto tenera: Amélie aiuta un cieco ad attraversare la strada e coglie l’occasione per raccontargli tutto d’un fiato quello che lo circonda. Non che la mia performance fosse minimamente comparabile, ma mi ha strappato un sorriso il fatto che non mi sia venuta in mente prima. Pochi minuti piuttosto banali, ma che hanno rimescolato le carte della mia percezione, come il raggio di sole che, riflettendosi sul vetro della finestra aperta ad un angolo diverso dal solito, illumina un neo che non avevi mai notato prima.

Non una rivelazione trascendentale, ma un effimero evento che la mia memoria ha filmato, come al rallentatore, e che ripesca ogni volta che vedo un cieco: un signore dai modi pacati, sicuro nei gesti accompagnato goffamente da una giovane donna che imbarazzata non sa cosa sia giusto o appropriato fare. Dovevo camminare più lentamente, o forse il mio cambiamento di andatura lo ha offeso? Ma come gli tenevo quel braccio! Forse avrei dovuto provare a fare un po’ di conversazione. Era meglio se mi offrivo di accompagnarlo più lontano? Chissà com’è la sua vita? Come si orienta sui bus che annunciano le fermate sbagliate, o non le annunciano per nulla? Non è né pena, né compassione la mia, solo una nuova curiosità per un modo di vivere che immagino così diverso dal mio e a cui non avevo mai pensato.

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