Sotto l’acqua di Verona – Einaudi in concerto

©cacheepr.wordpress.com
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In poche ore il cielo è diventato color carbone. Nuvole gonfie e minacciose sono illuminate a tratti dai fulmini. Gli sguardi del pubblico si levano al cielo, nervosi e preoccupati. In quella che sembra una corsa contro il tempo il concerto comincia in orario, un avvenimento raro. Due note solitarie s’innalzano nella densa calma prima della tempesta e dalla platea risuona un grido: “Piove!”, in risposta il fruscio di qualche migliaio di impermeabili e ombrelli si diffonde nell’arena soffocando per qualche secondo la musica.

Improvvisamente l’Arena è punteggiata di piccoli tetti di stoffa colorata sotto i quali si rifugiano coppie di irriducibili amanti di musica. Questa non si ferma; il tempo non la intimidisce anzi funge da cassa di risonanza per le emozioni. Mistero e nostalgia impregnano ogni goccia. È come se anche la pioggia volesse suonare, o applaudire, non è chiaro.

Qualche testa fa capolino ogni tanto, il suono non le basta, è curiosa di vedere cosa succede sul palco e non si cura della pioggia battente. I tuoni commentano l’evento brontolando. Pian piano la pioggia diminuisce e i più temerari cominciano a chiudere gli ombrelli con cautela. Un gesto apprezzato dagli spettatori delle file retrostanti che riescono infine a vedere qualcosa dei musicisti. I più cauti sorridono saccenti quando la pioggia riprende.

Il concerto intanto è passato a un intimo piano solo. Commovente e delicato conforta gli animi bagnati. A tratti la pioggia si mangia qualche nota cercando di rubare i riflettori alla musica. È durante un duetto corteggiatore tra pianoforte e violoncello che infine il tempo si arrende.

Il palco si svela agli occhi delle coppie nascoste dagli ombrelli, si scoprono gli artisti riflessi da una lunga pozza lucente ai loro piedi. L’umore generale sembra sollevarsi con l’ultima goccia caduta e il concerto stesso evolve verso sonorità più dinamiche. L’acqua però non ha smesso di stuzzicare Einaudi: mentre le sue dita rallentano alla fine di una frase per evocare la tensione dell’attesa l’acqua raccolta dal tendone scroscia ai suoi piedi provocando una cascata di risate. Einaudi allora ripete la stessa frase musicale e con un gesto teatrale, quasi un inchino, la dedica alla pozza al suo cospetto conquistando tutti i cuori.

Gli artisti si inchinano e salutano l’Arena che si alza e grida in un tripudio di mani. C’è dell’amore nell’intenso applauso, ma anche un appello animoso a non sfidare questo fedele pubblico mandandolo a casa senza un meritato bis. Quando ormai sembra non esserci più speranza, e i più scettici sono ormai partiti, ecco il glorioso finale. Una dedica, un ringraziamento a cuore aperto pieno di ritmo e gioia, tanto che l’intera Arena è in piedi e balla. Grazie!

Infine cade il silenzio. I sederi sono tutti fradici, qualcuno strizza il vestito o il cuscino su cui era seduto, ma le intemperie non sono riuscite a rovinare l’esperienza, anzi l’hanno resa unica e indimenticabile.

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