L’arte della felicità

Questo testo è nato grazie alle sensazioni innescate dal film “L’arte della felicità” diretto da Alessandro Rak.

© Gnut

Cos’è in quelle quattro note che mi commuove così tanto? O forse è la voce? Possibile che sia quello che dice? E se fosse semplicemente la lingua che usa?

Non sono una persona nostalgica, ma questa canzone ha il potere di commuovermi e risvegliare ricordi di casa. Non è solamente bella musica, sono le braccia di una persona amata pronte ad accogliere il tuo pianto disperato, il tuo sfogo isterico, il tuo doloroso silenzio. Sono labbra fidate che ti sussurrano di lasciarti andare, tutto va bene, sei al sicuro; e tu gli credi.

La scatola delle tue emozioni ti esplode tra le mani e ti ritrovi con un mucchio di detriti: il tuo presente in frantumi, esposto agli occhi di tutti. Ti senti ancora più fragile perché ignoravi, non volevi scoprire, di essere l’infelice proprietaria di un mucchio di rovine. Quegli occhi invece ti hanno letto come un libro aperto, hanno visto le tue macerie nascoste e le hanno dissotterrate con il suono di quattro misere note.

*

Hai riempito tutti i tuoi giorni e continui a farlo con la convinzione di un allevatore che nutre il suo maiale per mandarlo al macello. E se stessi occupando ogni tuo minuto solo per non avere tempi morti? Se ti fermassi un attimo cosa finiresti per contemplare? Il vuoto della tua esistenza?

Occupata. Sei una donna indipendente che s’impegna per trovare il suo posto in questo mondo: bella scusa. In verità sei in preda al panico, la solitudine ti terrorizza e ancor più ti spaventa fermarti e realizzare che sei sola.

Circondata da individui di circostanza. Le persone che incontri ogni giorno, quelle con cui lavori e condividi le tue ore frenetiche rimangono apparizioni utili ai tuoi egoistici interessi. Sono relazioni superficiali incapaci di saziare il bisogno di affetto di un essere umano.

*

Quella canzone, quella musica, quel film d’animazione si è piazzato sul tuo tracciato di corsa e BAM! Finalmente ti ha costretto a fermarti. Una testata che ti mette al tappeto. Frastornata, per qualche minuto non capisci cosa sia successo. Realizzi di essere senza fiato. Alzi gli occhi al cielo e scopri una tela azzurra e il sorriso ammiccante di un sole primaverile. Quante settimane sono passate dall’ultima volta che ti sei guardata intorno?

Non c’è nessuno a tenderti una mano per rialzarti. Anche l’adrenalina che ti ha sostenuto finora ti lascia a fare i conti con tutto ciò che hai provato a reprimere. Rimani a terra mentre le prime lacrime ti rigano il viso. Abbandonati alla liberatoria sensazione di mollare tutto quel peso accumulato. Permettigli di partire. Concediti di sentirti svuotata ed esausta: libera.

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