Stimmate

Stimmate

Apro gli occhi e il mondo è bianco. Una patina biancastra s’interpone tra me e l’immagine della mia camera. Mi servono alcuni confusi secondi per realizzare che sono crollata a letto senza togliermi le lenti. Salto in piedi ignorando la sensazione di aver passato la notte dentro il cestello della lavatrice durante la centrifuga e mi tolgo le maledette lenti. Il mal di testa di cui comincio a prendere coscienza prende le fastidiose sembianze della voce scandalizzata del mio oculista: “E mi raccomando, mai dormire con le lenti a contatto!”

I miei vestiti formano una massa informe e fradicia lì dove li ho buttati stamattina nella fretta di liberarmene. Il ricordo del bagno fuori programma manda un brivido lungo la mia schiena, la sensazione di nausea prima in sordina sembra farsi più acuta e le mie azioni successive sono spinte da cieca necessità. Mi getto sotto la doccia invece di cedere alla stanchezza del mio corpo maltrattato e chiudo gli occhi. Non c’è sensazione più bella di rivoli di acqua corrente pulita che ti scorrono addosso. Non manco di insaponarmi e strofinarmi vigorosamente finché ogni centimetro della mia pelle è arrossato e brillante.

La doccia mi permette anche di esaminare il mio corpo indolenzito. Il graffio sul fianco lo riconosco, forse l’unico che sul momento bruciava tanto da attraversare la nebbia alcolica fino a raggiungere un livello di coscienza. Del livido sulla schiena non ho ricordo alcuno, lo stesso vale per i segni sui palmi delle mani e il livido rosso nero nel bel mezzo della pianta del mio piede. Graffi minori un po’ ovunque e una ferita sul gomito che posso quasi ricordare.

Finalmente pulita mi faccio coraggio ed esamino i vestiti e i pochi averi che avevo in tasca ieri. Nelle coppe del reggiseno giace mezzo centimetro di sassolini, terra e qualcosa di indefinito. I pantaloni sono in uno stato simile, ma prima di affogarli in abbondante acqua bollente e detergente, frugo nelle tasche nella vana speranza di trovare i sedici euro che già ieri, malgrado il mio stato, sapevo di aver perso. I soldi non ci sono e lo stato della scatola del mio rossetto mi fa nuovamente rabbrividire, è corrosa.

Inutile pentirsi adesso, ormai è andata, se mi verrà il colera saprò con chi prendermela: me stessa. Nuova determinazione e semplice bisogno mi spingono a uscire per lavare i panni e fare la spesa. Il quartiere è vivo come ogni sabato e tutti sembrano muoversi a una velocità disumana mentre io devo riflettere su ogni passo e resistere l’urgenza di buttarmi a terra e rimanerci. La spesa è la parte più facile, compro solo quel che c’è sulla lista, non sono tentata di comprare nient’altro; mangiare al momento mi sembra impossibile. A metà del ciclo dell’asciugatrice però il caldo e la nausea hanno la meglio e per un’interminabile minuto mi aggrappo allo sportello concentrandomi su ogni respiro mentre ondate di sudore freddo mi attraversano.

Compiuto il mio dovere mi siedo sul mio letto, lo sguardo perso e mentre cerco di decidere se è meglio che vomiti o che vada a dormire, ripercorro la notte.

***

Ancora due shots e poi andiamo.

L’inizio della fine è una frase così semplice; ha il sapore di tequila e l’odore dell’umida estate brussellese.

Camminare a Bruxelles è piacevole e se sei in gruppo con una bottiglia di cuba libre “per il viaggio” è ancora meglio: mezz’ora passa in men che non si dica.

Ecco la chiesa di Santa Caterina con la piazza acciottolata e le sue due lunghe fontane.

Nel tempo di quello che sembra un secondo i miei amici sono immersi fino alle ginocchia nella prima delle fontane. No, questo non ha senso! Come ci sono finiti in quell’acqua sudicia? Ah sì, ce li abbiamo spinti noi…

Un gruppo di pischelli passa e ci sfotte, qualcuno di noi li schizza un po’ in risposta.

In un attimo due amici sono fuori dall’acqua e corrono come disperati oltre la piazza e in una via.

Che succede?

Uno dei ragazzotti ha preso una delle nostre borse ed è scappato.

Come? Cosa? Io non mi sono accorta di nulla!

La serata si arena sulla rabbia amara di qualcuno, l’incredulità di altri. Ma è la stessa vittima del furto che preme per ricreare lo spirito di festa.

I nostri tentativi di farci fare uno sconto all’ingresso del locale sono miseri e il risultato inesistente, ma entriamo, alcuni di noi mezzi bagnati, e balliamo.

Ah no, non ho alcun ricordo della musica. La pista era piacevolmente a nostra intera disposizione e ci abbiamo dato dentro, questo è l’importante.

Due facce sconosciute si sono unite a noi per un po’… due tipi spuntati dal nulla. Credo che almeno uno di loro mi abbia parlato diverse volte, ma non ricordo una sola parola; non ha fatto una grossa impressione, ma nemmeno io probabilmente.

Usciamo.

Ci cacciano? Siamo gli unici rimasti dentro? Sta chiudendo?

Un amico è sparito, qualcun altro è preoccupato per lui, io sono nella fontana.

Come sono finita nella fontana?

Siamo tutti nella fontana, tutti tranne uno che ci guarda perplesso e si prende cura dei nostri averi.

Nuotiamo in venti centimetri di acqua torbida, piena di vari rifiuti di ubriachi precedenti o semplicemente di gente maleducata. Ci immergiamo completamente vestiti, scarpe e tutto il resto. Ridiamo, scherziamo, ci schizziamo schiamazzando tanto che qualcosa nelle profondità della mia mente mi ricorda che qualcuno potrebbe chiamare la polizia. Ma nessuna volante si fa viva. Esco e mi rituffo ripetutamente: sono recidiva.

Le prime luci dell’alba sono venute e passate quando finalmente ci decidiamo a smettere questo gioco assurdo e ci avviamo gocciolanti verso la metro.

Non ricordo se ci fosse qualcuno nella metro a quell’ora di sabato mattina, ma se così fosse sarei curiosa di sapere che idea si sia fatto della nostra comitiva… o forse no.

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