Break culturali a Bruxelles

L’art de la fugue

E’ cominciato con il buio. Poi un faro e infine il pianoforte. Irritante, sì, onestamente irritante. Forse volutamente irritante? Non saprei nemmeno dire se fosse colpa della pianista, della qualità del pianoforte stesso o semplicemente del tipo di composizione. Quasi certamente quest’ultima. Scale poi trilli poi scale ancora, su e giù interminabili, stancabili, snervanti. Fatela smettere! E quando temevo il peggio, quando mi ero arresa all’idea di non averci capito nulla dello spettacolo. Ecco apparire la seconda figura, quella che mi aspettavo. E una terza! Totalmente inaspettata.

Recitano senza una parola e danzano. Il corpo umano è molle. No, non flessibile. Molle. E riesce a fare cose bellissime. A volte in sincrono, altre separatamente, i due attori si rincorrono, fuggono l’uno dall’altra sulle note non più irritanti, ma perfette, del pianoforte.

Inizialmente era solo un cubo, l’oggetto scenico attorno al quale si svolgeva la fuga dei due protagonisti, ma nel corso dello spettacolo si è trasformato rivelando agli occhi increduli del pubblico trappole, tappeti elastici, scale e rampe. Come il cappello di un mago, prima nascondendo e infine rivelando il trucco.

***

Il classico

Ho l’impressione che Steinway&Sons gestiscano il monopolio del pianoforte, qualsiasi sala concerti pare avere un pianoforte a coda Steinway. Questo concerto è al palazzo delle Belle Arti, piano solo con pezzi di Schumann, Wagner, Busoni e Beethoven: tutto così formale! Il pianista entra con passo nervoso indossando il suo frac che gli va leggermente grande. Si liscia le code e si aggiusta lo sgabello a mo’ di rituale scaramantico, respira a fondo e comincia. Una frase per volta affronta lo spartito che conosce a memoria e delizia la platea trepidante.

I pezzi che suona sono commoventi e poi potenti. Qualche accordo, a volte battute intere mi ricordano pezzi contemporanei, del rock, della musica leggera, persino dell’heavy metal! Certo, non ci si può fidare del mio orecchio. Alla fine dell’esecuzione fila via come fosse rincorso da una folla infuriata o forse dal fantasma di qualche autore deluso. Scappa curvo, con la coda tra le gambe e la testa bassa.

Un accordatore approfitta della pausa e con malcelata discrezione controlla e riaccorda buona parte della tastiera, rigorosamente a orecchio. La fine della pausa viene segnalata da una campanella elettronica che ricorda un po’ gli annunci del supermercato. Il pubblico d’altro canto è borghese, ben oltre la soglia della maturità e solo semi educato. L’etichetta vorrebbe che si applaudisse solo alla fine di ogni esecuzione, ma c’è chi è troppo ignorante o entusiasta per rispettare questa regola non scritta e viene prontamente rimproverato da un gesto irritato del pianista che si vede rovinata la tanto cercata suspense.

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Flagey

Un gruppo di vecchietti strampalati fa il suo ingresso sul palco e il più straordinario tra questi è ovviamente, e sono di parte, il pianista. Al suo fianco trotterella una ragazza che forse è la figlia o forse una studentessa e che si appropria della sedia accanto al pianoforte. Il concerto inizia e la musica del periodo tra le due guerre è gioiosa, ignara di quello che l’aspetta.

Mi godo il mio posto in prima fila, la mia vista sulle mani rugose ma abili del pianista e la boccata di musica che mi sono concessa dopo tanto tempo.

Siamo ormai immersi nell’atmosfera creata dal gruppo di musicisti quando si rivela lo scopo della giovane al seguito. Arrivato alla fine delle prime due pagine di spartito il pianista si ritrova con entrambe le mani occupate e la necessità di girare le pagine, compito che la ragazza si precipita a eseguire cercando di mantenere un certo decoro e tentando allo stesso tempo di essere rapida e invisibile. La cosa non le riesce troppo bene perché nel girare la pagina, facendo attenzione a non coprire lo spartito, si fa ingannare dallo spessore del foglio e colta dal panico tenta di staccare quelli che le sembrano due fogli attaccati, ma che sono in realtà uno solo. Lo sfortunato incidente si risolve senza conseguenze musicali perché il vecchio pianista le lancia un’occhiata eloquente e la rimanda a sedere appena in tempo per non perdere la nuova battuta.

La cosa buffa è che da quel momento ascolto la musica riservando un’attenzione speciale alla coppia che non delude le mie aspettative e continua a incappare in piccoli disguidi emanando tutt’intorno un’aura di nervosismo.

Il pezzo finale viene coronato da due pagine realmente incollate tra di loro e tanto testarde da necessitare l’intervento del pianista. Ecco, ma se te le giravi da solo fin dall’inizio non era meglio?

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