Vino

In onore della serata di ieri un vecchio pezzo sempre attuale

Eccola.

Non ho bisogno di descrivere quello che indossava, se fosse lei a parlare direbbe solo che portava calze autoreggenti nere, perché? Perché voleva stupire. Voleva essere il vizio di se stessa, l’esagerazione, l’annullamento di quell’aura di brava ragazza che tutti le appioppavano senza il suo permesso. Perché ben pochi si sarebbero aspettati di vederla in autoreggenti. Non erano evidenti al primo sguardo, erano poveramente celate, così che il minimo alito di vento le avrebbe mostrate. Era convinta che questo creasse un gioco vedo-ma-non-vedo sensuale ed eccitante. Non osa però soffermarsi davanti allo specchio, rifugge il suo riflesso: la sua sicurezza sta nella sua immaginazione e la sua figura ritta davanti alla fredda lastra riflettente è troppo reale, così lontana dalla donna in autoreggenti nella sua testa che distruggerebbe la sua convinzione. Se si dovesse concedere anche solo un minuto allo specchio, finirebbe per passare ore a cambiare ogni dettaglio del suo abbigliamento senza mai essere soddisfatta del suo aspetto, come una qualunque patetica ragazzina.

È qui.

Gli appuntamenti fissi come questo la emozionano, sono scogli sicuri di divertimento che ogni anno si ripetono: la certezza di star bene, insieme a tante incognite imprevedibili. La serata è già viva, la gente allegra senza senso, e macchiata di vino. Bacco inganna e cattura gli spavaldi, chi ama la sfida, la gente nuova e quella di esperienza, chi si vuole uniformare e chi si vuole distinguere; tutti prima o poi salgono sul suo carro appiccicoso d’uva e ricco di baccanti ubriache e vogliose. Non ci vuole molto prima che anche lei si ritrovi su quel carro: un litro di vino rosso o poco più.

Ride.

Che ridi? Le sembra che qualcuno le urli. E ride più forte senza sapere perché. Tutti ridono. La gente schiacciata in un ammasso di folla sudante ondeggia; strattoni, spintoni. Si lasciano sballottare, dove, non è più importante, c’è gente tutt’intorno. Ed è questo che cercano, la folla per l’amore della folla nella nebbia dello sballo collettivo. Caos e delirio.

Viene trascinata a destra, poi di nuovo a sinistra, all’improvviso in avanti, quasi perde l’equilibrio e invece no! di nuovo tutti indietro. Cade presa per i fianchi da qualcuno alle sue spalle e ride. Il pizzo delle calze si vede scoperto e la gonna non è più ordinata al suo posto, ma lei non sa e non controlla, non ci pensa e non le importa, ride. Le mani scure che afferrandola l’hanno trascinata per terra si scusano ridendo e la aiutano a rialzarsi. Entrambi traballano, anche lui è incerto sul suo passo, per un momento lei crede che non sia nemmeno in grado di reggerla, e ride. In questo vortice libidinoso non c’è legame d’amicizia che tenga, tutti si perdono e si ritrovano, tutti conoscono volti che non ricorderanno mai più e nella libertà dell’oblio vengono dette e fatte cose senza pensare, senza riflettere due volte. Nessun freno, avanti tutta!

Parla ballando e urlando, è sicura di quello che dice, convinta nel suo annacquato fervore. Biascica impastando con determinazione, eppure nessuno la capisce, ma tutti ridono. Che importa se quel che dice non ha senso? Anche fosse importante, anche fosse la chiave per svelare tutti i misteri del mondo, tanto domani non lo ricorderà comunque! Il paesino gira in un girotondo colorato e sfuocato, niente rimane nella sua testa per più di qualche secondo; nelle sue mani passano bottiglie corrotte da cui beve ancora ampi sorsi rosso sangue.

Quanto hai bevuto?

Hahahaha… Ride. Che domanda irritante! Manda in culo chiunque le dica qualcosa. Fanculo! A te, a te e a te, a tutti, al mondo! Perché? Ride! E che ne so?! Fa tutto ciò che le passa per la testa, o meglio, quello che fa non raggiunge nemmeno la sua mente, segue il rapido primordiale schema azione-reazione. Cade ancora, e si rialza, a volte è qualcun altro a rialzarla prendendola di peso. Ma lei nemmeno nota la differenza. Ride parla e canta senza sosta e tutto in una volta, pare quasi non debba mai fermarsi. Un’isterica incurabile malattia, se non fosse che anche tutti quelli che le stanno attorno ne sono affetti.

Abbraccia un ragazzo. Lo cattura e vi si avvinghia. Lo bacia con furia, senza ritegno. Forse ne conosce il nome, forse qualcosa in più, è lì, a portata di mano, e va benone. Così però lo soffoca! I capelli un po’ afro di lui sono stretti nella sua mano serrata; li intriga e strattona con forza, con rabbia quasi, ma non molla la presa. Lui è la sua preda per la sera! Inciampa in un recinto, impreca, cade, ma non è sicura che lui faccia in tempo a prenderla al volo. Punta il muro, ci sbatte la schiena, così guadagna stabilità. A lui strattona il braccio, cerca la collisione con il suo corpo. Vuole. La pelle stessa freme. Lecca, morde, non sa nemmeno lei cosa sta facendo, sa solo che è lei ad agire. Finisce in un roseto, senza rendersene conto; è lui a tirarla fuori e di nuovo fa sue le sue labbra.

Vieni!

Il mio era un ordine che non prevedeva rifiuto, e d’altra parte lui non opponeva resistenza. Non mi sentivo eccitata, ero come anestetizzata, non sentivo nulla, non il suo sapore, non gli odori attorno, non la musica in camera da letto, eppure so che c’era! Come dalla folla siamo arrivati a casa? Non so, non sono sicura, qualche bus, poi a piedi, credo. Avevo voglia, sì, ma non ero eccitata. Me lo spiego ora, da sobria, dicendovi che il mio corpo aveva bisogno di fare sesso di nuovo, ma la mia mente non ne capiva la ragione, era troppo confusa, annebbiata, affogata nell’alcol. Non ci sono stati preliminari; normalmente non farei altro! Immagino che il sesso mi abbia posseduta, si può dire no? Mi guidava come avrebbe fatto un bravo burattinaio, oh, aveva un gran desiderio di liberarsi di quella sensazione di lunga astinenza che gli avevo imposto. Voglio scoparti. Non so se l’ho detto, ad alta voce intendo, ma di sicuro l’ho urlato con tutti i miei arti, beh, non che ce ne fosse bisogno, le mie intenzioni erano piuttosto chiare fin dall’inizio. Ho frugato, sbottonato e allungato mani e dita, con crescente irrequietezza e frustrazione, perché? Non sentivo i brividi e volevo i brividi! Il caldo sangue che scorre nelle vene ed erutta sulle guance in un rosso porpora. Quella notte ho scoperto il crudele potere anestetico del vino e la mia rabbia. Io ero aggressiva, violenta dominatrice. Non sentivo niente e cavalcavo, su e giù, sbattevo, con l’unico scopo di rincorrere e ritrovare la sensibilità. Desideravo in vano di sentire quel suo membro respirare nel mio calore. Non c’è stata scossa a cui aggrapparmi. Nemmeno dolore. Mi sarebbe bastato persino quello. Nulla ho sentito, e forse avrei pianto se fossi stata abbastanza in me da rendermi conto di tutto questo mentre succedeva. Stringevo le sbarre del letto tra le mani pensando che ormai era fatta, che infondo il sesso occasionale è sopravvalutato. E mentre nella mia testa s’insinuava la delusione, la mia natura di donna mi ha pizzicato, ed ho gemuto. Sì, ho finto, pur di accorciare quella grottesca imitazione d’amor carnale. Ho gemuto, e nella sicurezza che dona l’alcol mi è sembrato anche di riuscirci bene, io che non ho quasi mai goduto apertamente.

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