Ricordando gli States

Ho cominciato a cancellare tutto, è così che chiudo i capitoli della mia esistenza. Un click alla volta i miei tre mesi a Washington spariscono, si fanno lontani. Il cestino si riempie di carta straccia mentre la scatola dei miei ricordi si svuota e fa spazio alla fame di nuovo. Fa parte della mia routine sforzarmi di concludere una parentesi della mia vita prima di aprirne una nuova. Il passaggio è semplice: non ho più bisogno di tenere tra i preferiti la pagina degli eventi a Washington, a che mi serve sapere quello che fanno là se non ci posso più andare?

Molto di quello che elimino rientra negli aspetti pratici della vita che facevo, orari del trasporto pubblico, calendario eventi, luoghi con offerte di happy hour e così via. Per questo mi sono sorpresa quando mi sono resa conto che questo processo di archiviazione imballava la mia intera avventura spedendola a velocità supersonica nel mio passato. Chiuso. Finito. Basta.

È davvero finita? L’avventura americana. New York che non dorme mai, che ha il fascino della decadenza e la metro tutta la notte, che nasconde angoli fantastici tra i grattacieli dei mostri finanziari. Washington dalle mille sorprese, con i pazzi e i visionari, i gay estroversi e orgogliosi, gli autisti neri sempre in ritardo e perennemente sorridenti. È finita la caccia all’offerta più conveniente fin nei bar più scabrosi e le serate musicali in cerca di perdizione. I balli sfrenati, i vestiti ridicoli senza giudizio, mai una sentenza, non un riso di scherno.

Il tasso di differenza e molteplicità è quel che fa degli States un paese “libero”. La vera libertà ce l’hanno quelli che non hanno paura di trasgredire, un po’ come in qualsiasi altro paese. I ragazzi sono schedati all’ingresso dei locali, braccialetto e timbro o X in pennarello se minorenne. Tanti poi hanno false identità e fanculo le X e i braccialetti.

Ieri l’entusiasmo di un amico, la sua curiosità viva per questa mia esperienza ha riacciuffato tutti i miei ricordi, tutto il mio desiderio di ripartire e ho scoperto che era ancora tutto lì. Altro che passato e passato! Imballaggio, archivio, scatola dei miei stivali! BAM! E sono sulla U street accanto al matto nel pieno del suo trip mentale mentre due afroamericane ubriache traballano su tacchi vertiginosi. Sono al Rock&Roll Hotel con la coppia sessantenne che mi offre tappi per le orecchie all’inizio di un concerto spacca timpani. Sono sulla High Line a New York e guardo scottata dal sole la scala antincendio arrampicata sulla facciata dell’appartamento decadente dei miei sogni.

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