Se il lavoro fa schifo tu diventi negativo

Credo di aver cominciato queste poche righe una decina di volte; in un paio di casi sono anche diventate paragrafi interi che non mi hanno mai soddisfatto. Mi sono stupita per la seconda volta nella mia vita di quanto un lavoro possa influire sul mio equilibrio e soprattutto sulla mia felicità e creatività. In altre parole, sulla mia voglia di vivere.

Ho sempre pensato che indipendentemente da tutto quello che mi sarebbe successo avrei sempre mantenuto la mia personale visione della vita: quell’ingenuo stupirsi per i più piccoli gesti dell’essere umano e della natura, il sorridere e basta, senza un motivo. Mi accorgo invece che l’ambiente di lavoro e le attività stesse che mi vengono assegnate mi rabbuiano. Divento scura come lo stanzino in cui lavoriamo: senza finestre e senza aria. Cresciamo come piante in serra, sotto una luce artificiale che brucia gli occhi più di quanto non faccia lo schermo del computer e senza nemmeno la consolazione di chiudere la porta per potere spettegolare in pace.

Naturalmente esagero, o per lo meno dovrei essere in grado di osservare l’aspetto interessante della mia attuale situazione, ma in tutta sincerità non ci riesco e divento ogni giorno più nervosa. I segnali sono evidenti: stringo la mascella in una morsa tanto serrata da non riuscire più ad aprirla e accumulo stress tra il collo e le spalle ingobbendomi gradualmente. Le risposte ai miei colleghi diventano sempre più sottilmente acide e lo stimolo ad eccellere nella compilazione di una lista di nomi importanti che nessuno conosce va esaurendosi.

Fuori invece la vita continua e mi butta in faccia storie da osservare, ma sono sempre troppo irritata per poterle cogliere. I pullman sono un giardino di idee in fiore, ma tutto quel che riesco a raccontare è quanto siano inaffidabili, costosi e tremendamente irritanti. La città che di vita sua ne avrebbe da offrire, malgrado la sua fama solo politica, mi rimane sconosciuta nei suoi aspetti più entusiasti e interessanti. Com’è Washington? Mi è stato chiesto più di una volta. E la mia risposta si è composta di un’unica frase piatta e noiosa: è calda, umida e molto estesa.

I contatti limitati ai colleghi di lavoro probabilmente non aiutano a rinfrescare le mie giornate e in effetti, ora che ci penso, c’è stata una sera in cui mi sono sentita soddisfatta e completa: fuori, con la musica e nuova gente. E poi c’è stata quell’altra sera, anzi, quelle poche ore dove l’improvvisa presenza della musica ha risvegliato in me tutta la sua mancanza. Commuovendomi per poche note di pianoforte ho capito quanto per me sia davvero importante, essenziale allo stato d’animo che mi permette di essere quello che sono.

Non sono alla ricerca della felicità, piuttosto di quell’armonia di sentirmi me stessa, di essere Wilma senza fatica, perché già tutto il resto della vita è una lotta. E combatto, soffro e fatico volentieri per la vita, ma non per costruirmi maschere che mi stanno strette o troppo larghe, ce ne sono tante altre che mi vanno a pennello.

Sono pensieri che mi solleticano da tempo e ogni volta che il lavoro fa di me un groviglio nero di negatività sospiro e penso “Forse dovrei fare il pizzaiolo!”.

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