Cronache da Washington DC

Anche la prima volta che venni negli States mi colpirono le strade: distese dritte e infinite di asfalto che quasi ostenta le sue tre corsie di larghezza. Sono una vista rilassante, tanto da risultare quasi noiosa. Le nostre viuzze con le loro curve pittoresche e i restringimenti improvvisi obbligano l’autista a mantenere una costante attenzione e lo spronano a interagire con creatività. Tornando dopo qualche anno dalla mia precedente visita in America ho di nuovo guardato la loro insipida imponenza.

Naturalmente, un visitatore riceve il primo assaggio di America quando fa i primi passi intontiti una volta atterrato dopo sette ore e mezza di volo minimo. Fogli su fogli con domande inutili a determinare la potenziale minaccia di questo o quell’uomo. File efficienti che con ritmo preciso schedano decine di impronte, decine di facce al minuto e chiedono, non per gentilezza, né per curiosità, ma per coglierti in fallo. La donna che si è occupata di schedarmi mi ha chiesto cinque volte se trasportassi del cibo nelle mie valigie con l’unico scopo di scoprire se alla terza o quarta volta mi contraddicessi. Non mi sono contraddetta, mi hanno permesso di proseguire.

Al mio arrivo ci sono stati applausi e urla di benvenuto, sì, ma non per me. Il mio volo è arrivato in contemporanea a quello che riportava a casa un gruppo di giovani militari dell’aviazione americana che, come sarà facile capire, avevano un comitato di benvenuto in grande stile. In mezzo a mogli entusiaste e patriottiche, genitori orgogliosi e gadget all’ultimo grido sono sgattaiolata silenziosamente nella mia solitudine alla ricerca del mio super shuttle.

***

Prima di oggi non avrei mai pensato che la metro potesse far paura. Non parlo della gente che potresti incontrare nella metro, ma della sua stessa struttura. A Milano ho sfruttato la metro e ho spesso osservato divertita la vista della fila ordinata di gente vestita per il lavoro salire sulle scale mobili per riemergere dalle viscere della città. Fila di cui io stesso facevo parte e che si formava con tacite regole trasmesse attraverso un’osservazione distratta: “tenere sempre la destra in caso qualcuno che è di fretta voglia passare”, “lasciare sempre un gradino vuoto per rispettare lo spazio personale altrui”, “guardare con indifferenza un punto indefinito davanti a sé”. A Washington l’ingresso per la metro è enorme, buio e basso. Stavo per essere inghiottita e non volevo. Le scale mobili sono tanto lente da sembrare al rallentatore e ricordano quei film dell’orrore che per prolungare la suspense stirano l’azione fino all’esasperazione.

La superficie invece colpisce per la quantità di verde e di spazi ariosi e aperti rispetto alle nostre città così affollate da sembrare un unico insieme di cemento e mattoni. Sembra quasi di assistere al susseguirsi continuo di piccoli agglomerati paesani e anche dall’alto, dall’aereo, si notano gli edifici che a gruppi di venti circa si riuniscono in capannelli dalle forme bizzarre: spirali, cerchi perfetti, fiorellini sbilenchi, triangoli grossolani e altre non meglio identificate.

Percorrere le strade cittadine trasmette la ripetitiva sensazione di avvicinarsi alla città senza mai arrivarci. Alberi, parchi e foreste crescono con la città, a tratti inghiottendola. In questo modo tutto si allontana, eppure la sensazione di non essere mai davvero in città sembra rasserenare le persone. Sono tutti gentili, sorridenti e disponibili, genuinamente umani sia che parlino un perfetto inglese amministrativo, sia che biascichino uno qualsiasi degli slang degli immigrati.

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