Un Tranquillo Weekend di Sfortuna

Lo scorso autunno ho avuto la malaugurata idea di partire per due giorni malgrado fossi nel pieno della preparazione della tesi di laurea. Ne sono capitate un po’ di tutte i colori e lì per lì vi assicuro che ero furiosa e talmente in crisi che me la sono presa tantissimo con la mia accompagnatrice (nonché migliore amica) Saray. Dopo mesi devo ammettere che mi viene da sorridere e infondo con Saray ne abbiamo avute di avventure di questo tipo! Spero che questa avventura vi diverta, commentate pure e magari condividete i vostri “Tranquilli weekend di sfortuna!”.

Un tranquillo weekend di sfortuna

Volevo rilassarmi. Volevo andar via due giorni scarsi per dimenticare lo stress della tesi, vedere che al di là della mia bolla di frustrazione e nevrosi vi era un altro mondo, allegro e pieno di stimoli color arcobaleno. Siamo partite, probabilmente, lo penso adesso, nel weekend sbagliato. Il ponte dei morti è tutt’altro che un mortorio; anche se, a essere sinceri, il treno per Firenze era deserto e quindi il viaggio di andata decisamente tranquillo. Le acque hanno cominciato ad agitarsi quando abbiamo cominciato a chiamare gli ostelli per trovare un posto per la notte. Lo so, lo so: gran furbata non prenotare eh! ma il giorno precedente non accettavano prenotazioni. Così il mio stress, sensibile di questi tempi ad ogni dettaglio fuori programma ha cominciato a riemergere dal sonnellino che si era concesso nelle due ore e mezza di viaggio in treno. Che cazzo facciamo? Le idee più assurde e disparate ci saltavano alla mente man mano che la lista di numeri andava assottigliandosi e l’immagine di una Firenze invasa si parava con sempre maggiore nitidezza. Controlliamo i treni per tornare a casa, a che ore sarà l’ultimo? Andiamo direttamente a Lucca dopo il concerto, ma ci sarà un treno per mezzanotte? Rimaniamo in giro tutta la notte (entrambe munite di zaino con cambio e roba per la notte). Noleggiamo un auto, andiamo a Lucca e ci dormiamo dentro. L’ultimo numero ci risparmia soluzioni dal suono sempre più improbabile, ma ovviamente, non è l’ostello dietro l’angolo.

All’ultimo minuto decidiamo di scendere a Firenze Rifredi, visto che il concerto è in zona, e di andare prima di tutto all’Auditorium Flog e solo finito il concerto raggiungere l’ostello. La mappa di cui disponiamo non comprende la zona Rifredi, ma avendo il nome della via diamo per scontato che chiedendo informazioni a qualche passante troveremo subito il posto. Mai dire mai, e i residenti non sempre sanno quel che dicono, e men che meno gli autisti dei pullman urbani! Dopo varie informazioni, che andavano dal “venti minuti a piedi”, al “vi conviene prendere l’autobus”, al “è dall’altra parte della città”; e l’incontro-scontro con una cartina raggiungiamo il posto e ci mettiamo in fila per i biglietti.

Le persone attorno a noi sono tutte, o quasi, di mezza età: ci sono due donne proprio dietro di noi che si scambiano racconti di notti sotto le stelle o su letti fatti con lastre di ferro in India. I giovani come noi arrivano più tardi, quando noi ormai siamo dentro il locale e abbiamo già preso una birra e un caffè. Il locale potrebbe essere una ex discoteca data la sua grandezza e l’arredamento, ma è invece il Centro Culturale dei Popoli. L’ambiente è immerso nel buio bluastro dei fari del palco e nell’attesa degli artisti un unico brano suona in loop. Capannelli di persone chiacchierano allegramente, o si salutano a distanza riconoscendo un cappello o un giubbotto particolarmente colorato. Due bambini fanno aerei di carta con il volantino del prossimo concerto in programmazione; sfanno e rifanno la forma più volte, tentando di essere precisi nello schiacciare la punta. Mentre i loro genitori siedono composti in attesa, i due si appropriano del pavimento cercando di occuparne la maggiore superficie possibile; per una volta degli adulti non cercano di fermarli.

Quando lo spazio è ormai gremito, gli artisti salgono sul palco: un gruppo salentino (Officina Zoe) e alcuni artisti del Mali. Alternano musiche del Salento e africane contaminando le une con le altre. Il pubblico ha subito colto l’energia di questa composizione e per molti è stato impossibile resistere seduti e immobili, hanno dovuto ballare. Io non riuscivo a staccare gli occhi dal palco, dalla gente, dall’emozione; il mio corpo non esisteva più. Una delle prime canzoni ha risuonato nella cassa vuota della mia carne risvegliando e giocando con i sentimenti accumulati negli ultimi mesi. Erano grida di aiuto, di appello, ma anche di forza e volontà; erano voci potenti e piene, chiare e profonde, intestinali e viscerali, arcane: voci che sempre e ovunque, in qualsiasi lingua, verranno capite, anzi sentite nel profondo. Mi sono commossa, e ho ammirato l’intensità dei musicisti e ho sperato di riuscire prima o poi anche io a produrre quel grido, perché ho avuto la certezza che mi avrebbe liberato, o almeno sfogato.

Verso la fine si sono ripetute pizziche varie e il pubblico è diventato una massa danzante. Accanto a me si muoveva una piccola bambina di colore che seguiva un ritmo tutto suo. La sua danza utilizzava tutto lo spazio, pavimento compreso. Due belle ragazze ballavano con la grazia scoppiettante delle donne della taranta: sapevano i passi, conoscevano quella musica, forse questa viaggiava a ritmi vertiginosi nel loro sangue. Nella follia gioiosa della musica hanno rapito la bambina interrompendo la sua danza primitiva e l’hanno portata in trionfo verso il centro della folla ondeggiante. La madre, mi sono stupita, non ha mosso dito e ha lasciato che la bambina venisse inghiottita, sicura che prima o poi la folla l’avrebbe risputata sana e salva.

Per quasi due ore ho dimenticato chi fossi o cosa fosse la mia vita in quel momento. Poi la musica è finita, le luci si sono accese e la bellezza l’ho raccolta e custodita come un piccolo neo a cui sono affezionata. Era ora di occuparsi del problema soggiorno.

Non avendo voglia di stare tanto a pensare a mezzanotte passata, abbiamo fatto come ci hanno suggerito quando abbiamo chiamato l’ostello, abbiamo richiesto un taxi e ci siamo fatte portare davanti alla porta. Nessun problema con il check-in e nessun problema con la camera, o il bagno. Pareva che la buona sorte fosse di nuovo dalla nostra parte. Ormai sotto le coperte, anche se un po’ troppo leggere, finisco di scrivere due righe per ricordarmi le sensazioni della serata e spengo la luce, giusto prima che entrino due persone. Due voci allegre, una di donna e una di uomo… Aspetta un attimo, non era un dormitorio femminile questo? Un’unica spiegazione si fa strada nella mia mente e posso già svelare che era giusta. Purtroppo cercare di rimanere immobile e in silenzio quando sei ancora sveglia e quelli nel letto accanto stanno giocando a fare i “ricci in calore” non è facile, men che meno riuscire ad addormentarsi! e disturbarli infondo mi dispiaceva. Cosa sarebbe meglio fare in queste situazioni? Segnalare la propria presenza? Aspettare e far finta di nulla come ho deciso di fare?

Risultato, non ho chiuso occhio finché non hanno concluso, e posso anche dirvi che lei non ha raggiunto l’orgasmo, mentre lui sì, e che se fosse stato per lei, la presenza di tante persone, anche se addormentate, le sarebbe bastato per rinunciare, ma l’insistenza di lui l’ha convinta.

***

Il raggio di sole che entra dalla finestra mi suggerisce che oggi è un nuovo giorno e le mie speranze vanno a Lucca. Infondo, il viaggio di andata va tutto liscio. Becchiamo subito il pullman giusto per S. M. Novella, arriviamo persino in anticipo e ci possiamo concedere una buona colazione, sul treno ci sono posti a sedere e, malgrado l’insopportabile compagnia di adolescenti irritanti, arriviamo con poco ritardo. All’uscita della stazione ci attende un’amica con i nostri biglietti per i Lucca Comix. Perfetto.

I comix sono i comix… Bellissimi cosplay, moltissima gente ovunque e fumetti, gadget, vestiti ed oggetti che rappresentano un altro mondo, una speranza, una fuga e un rifugio. Consapevoli del poco tempo ci affrettiamo per poter vedere il più possibile e lasciamo per ultimo il padiglione Japan, che ovviamente si trova dalla parte opposta della stazione. Motivi vari ci trattengono oltre l’ora consigliabile e finiamo per cimentarci in una corsa contro il tempo degna di ogni record, arriviamo in tempo per il treno che però è, prevedibilmente, pieno fino a scoppiare. Tanta gente è ancora sul binario che prova con ogni strategia possibile a stringersi ancora in un piccolo angolino libero giusto tra la porta e il baratro. Buttando un occhio al regionale strabordante strizziamo gli occhi… Impossibile! Tre sole carrozze?! Ma Trenitalia non impara mai?! Ci buttiamo sul binario, il fiato corto per la corsa e il cervello intento a trovare una soluzione, che fare? Andare verso Firenze? La gente sul binario per Firenze è altrettanto compatta, un muro di gente in attesa di tornare a casa. Attendiamo, il prossimo treno? È tra un’ora. Più il tempo passa più la gente si fa ammassata, impaziente. Nel binario di fronte appare un treno vuoto, va a Pisa, ma è quello delle sei e dieci, aspettiamo e speriamo di entrare in quello prima, che però deve ancora arrivare. All’arrivo di un trenino striminzito di quattro vagoni appena la folla scoppia. Volano insulti e nell’imbuto che si crea per la conquista, non di un posto, ma di un centimetro quadrato su cui contare per una mezz’ora, si spinge e si forza l’ammasso di carne umana che sembra diventare un’unica immensa palla. Demordiamo, noi non siamo nemmeno vicine alla prima carrozza e tra noi e la porta c’è un mare di teste. Non tentiamo nemmeno di raggiungere il sottopassaggio, anche questo preso d’assalto. Ci buttiamo oltre le rotaie e attraversiamo i binari per conquistare un posto almeno sul treno delle sei.

Partiamo, in ritardo, e anche questo treno è pieno fino all’orlo lasciando alle sue spalle tanti altri esseri umani sempre più arrabbiati. Dopo dieci minuti ci fermiamo nel mezzo del nulla davanti ad un passaggio a livello (bloccando quindi anche il traffico automobilistico) e qui rimaniamo per più di un’ora senza sapere che succede. Per fortuna abbiamo i fumetti comprati, che sono allegri, e la gente del nostro scompartimento sdrammatizza e la prende con filosofia. Un padre inventa battute non-stop, anche se è sicuramente stanco, fa di tutto per intrattenere i figli che sorridono e ridono e non si lamentano mai. Una delle bambine assomiglia a Pippi Calzelunghe e continua a parlare della festa di Halloween che l’attende e del fatto che se fossimo i personaggi di un fumetto avremmo tutti poteri magici che ci permetterebbero di risolvere la situazione. La sorella maggiore ci osserva con interesse, ma non parla e il bambino maschio chiede il tablet al padre per poter leggere qualcosa: c’è solo la divina commedia! Ripasso dell’inferno, infondo, quale migliore situazione di questa? Le due ragazze sedute di fronte a noi hanno amici ancora bloccati a Lucca, pare che il treno successivo al nostro sia stato cancellato e che quello dopo ancora sia a rischio. Ci consoliamo, c’è chi sta peggio.

Ripartiamo, e la voce rotta e tremante del controllore donna che abbiamo visto passare poco prima ci comunica che il problema era dovuto alle portiere del treno che si erano aperte e che non ne volevano sapere di richiudersi automaticamente e che quindi era necessario d’ora in poi aprirle e chiuderle manualmente, si suggeriva quindi a coloro i quali dovevano scendere di avviarsi verso le prime carrozze. E come che qui dentro siamo tutti pigiati? Dai compartimenti vicini al nostro sentiamo la frustrazione e il malcontento prendere il sopravvento. Ogni fermata è un’agonia, evidenziata per contrasto dalle urla, balli e manifestazioni di gioia di chi finalmente è arrivato a destinazione e scende. Gli altri aspettano il proprio turno scuotendo la testa increduli.

Pisa Centrale è per noi solo una tappa, ma dopo due ore la salutiamo come una cara amica. Il tempo per rilassarsi è poco, dobbiamo capire se e quando abbiamo una coincidenza visto che è stato tutto sballato e siamo a Pisa due ore dopo l’orario previsto. C’è un treno, adesso, ora, in partenza, binario 7! andiamo! aspetta, è questo il binario sette! Ci accorgiamo appena in tempo prima di buttarci nella folla che viene ingoiata dal sottopassaggio, è proprio l’altro lato del binario su cui siamo. Ci precipitiamo, chiediamo conferma al controllore per direzione e possibilità di fare biglietti a bordo, affermativo, saliamo. Prendiamo fiato, ma non c’è tempo, dobbiamo fare il biglietto. Maggiorazione di cinque euro per acquisto del biglietto sul treno. Contiamo i soldi rimasti, ne abbiamo tra tutt’e due giusto abbastanza per pagare due biglietti, ma con la maggiorazione di cinque euro a testa non ce la facciamo. Chiediamo, preghiamo il controllore di scavare nella sua pietà umana dato che la Trenitalia ci ha già fatto soffrire abbastanza per la giornata. Nulla, non si muove a pietà, è la legge. Facciamo un solo biglietto e nella nostra umanità, quella di cui il controllore difettava, siamo scese entrambe alla fermata successiva: Livorno.

In lacrime, quelle di stanchezza, stress, disperazione e rabbia nei confronti di un’umanità che manca, che fa affidamento alla legge solo quando gli pare e che non conosce altra giustizia se non quella della legge del più forte. Guardiamo per l’ennesima volta uno schermo luminoso che ci dica qual’è il prossimo treno che potrebbe portarci a casa. Nove e sedici, mezz’ora… Cazzo è una freccia bianca! Due problemi: non ferma a Orbetello e costa il doppio. Insulti vari mi sfuggono tra lacrime sempre più amare all’indirizzo del controllore che di questo non aveva fatto abilmente parola. Allo sportello biglietteria non ho più la forza di parlare se non in sibili isterici, per fortuna chi mi accompagna è ancora tutta d’un pezzo. La donna capisce la situazione e chiama il treno, la freccia bianca in arrivo per escogitare una soluzione che non la metta nei guai. Facciamo due biglietti, di cui uno uguale alla differenza tra il biglietto regionale e quello della freccia rossa, anche se i cinque euro della maggiorazione non vengono contati: quindi 10,50 + 5 del primo biglietto, più 10,70 di differenza uguale 26,20 rispetto ai 21,20 del biglietto standard. Rimane il problema di arrivare da Grosseto a Orbetello, contattiamo il parentado che però non la prende bene e in sostanza ci dice di arrangiarci. Niente solidarietà dalla famiglia perché è colpa nostra che ci siamo buttate in questo tranquillo weekend di sfortuna.

Nell’attesa del treno cerchiamo un bagno, perché nelle due ore strette come sardine nel treno tra Lucca e Pisa non c’era modo di raggiungere uno dei bagni all’inizio del vagone. I bagni pubblici della stazione sono chiusi. Il bar è ancora aperto, ma sta per chiudere. Mi sbrigo. All’entrata del bagno c’è quel sistema a sbarramento che serve nelle stazioni metro per convalidare il biglietto e che in questo caso serve a inserire un euro per poter usufruire dei servizi. Imbambolata non faccio che ripetere quasi urlando incredula: “Un euro!? Un euro?!”, finché la mia amica, imbarazzata dalla mia scena che non interrompo nemmeno alla vista del cameriere, mette l’euro e mi spinge verso il bagno. La leva non gira, l’euro è dentro, ma la leva non gira. Sto per prendere la leva e forzarla quando il cameriere vista la situazione attiva non-so-bene-cosa e fa funzionare la leva bastarda.

Sono nel bagno. Sono diverse ore che non ho modo di andare in bagno e ho il ciclo. Qualunque donna può immaginare quale sia il risultato. Apro lo zaino in cerca dei vestiti della sera prima, puzzolenti di fumo, ma per lo meno non macchiati; nel percorso di ricerca incontro i pantaloni del pigiama, mi soffermo qualche secondo all’idea di mettere quelli, ma desisto. Concludo l’operazione in un bagno a malapena decente e mi lavo a fondo le mani. Usciamo e andiamo ad aspettare il treno sul binario. È tutto vuoto, non c’è nessuno, solo noi. Un contrasto che non potrebbe essere più netto con poche ore prima, ma che infondo bene si intona con il nostro umore disperato. Vado per giocare con l’anello che porto al dito, azione che faccio quando sono stressata… e l’anello non c’è. L’ho lasciato sul bordo del lavandino quando mi sono lavata le mani. Corro verso il bar. Eh no eh, anche questa no! a quell’anello ci tengo… quell’anello è mio, mio, mio. Lo voglio, ne ho bisogno. Busso alla porta sbarrata del bar, la ragazza fa segno che è chiuso. Lo so cazzo, voglio solo il mio dannato anello! Gesticolo e tremo, ma in qualche modo riesco a farle capire “anello” e “bagno”. Va e torna con il mio cerchio annerito con l’aquila dalle ali spiegate. La mano che se lo riprende trema e i miei occhi guardano la ragazza sperando di riuscire a trasmetterle la mia gratitudine e le mie scuse per il modo: è stata una giornataccia, perdono.

Di nuovo sul binario. Vogliamo solo arrivare a casa. Il treno è in ritardo, poi arriva. Parte. Dopo pochi minuti l’altoparlante ci comunica che: “questo treno effettuerà una fermata straordinaria a Orbetello per servizio ai clienti”. Mandiamo una silenziosa preghiera di ringraziamento alla signora di Livorno, potrebbe anche non essere stato grazie al suo intervento, ma è importante credere che lo fosse. Siamo digiune e stanche, deluse in qualche modo dell’umanità, e per altri versi contente di esperienze che abbiamo fatto e facce che abbiamo visto, alla fine, dopo 6 ore, siamo sulla strada di casa.

Tutt’ora, dopo aver rivissuto l’esperienza scrivendone non ho ancora deciso se ritenere questo weekend un bene o un male; per tanti versi è stato una maledizione e nella mia situazione forse avrei fatto meglio a rilassarmi a casa anche con il rischio di venire continuamente assalita dal fantasma della tesi, ma per altri versi ho visto un concerto memorabile, ho osservato facce e momenti di persone che non avrei avuto modo di guardare restando a casa, e di certo, ho pensato ben poco alla tesi! Se me l’aveste chiesto ieri vi avrei detto che è stato uno dei più grandi errori che io abbia mai fatto e non avreste potuto dire nulla per farmi cambiare idea. Oggi non so che giudizio esprimere, tra un mese forse ci riderò sopra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...