Incontri di Musica

Questo breve brano, o meglio, sfogo, lo dedico al mio paziente insegnante di pianoforte. Studio piano da qualche anno e ho cominciato a 19 anni compiuti senza avere una base musicale di nessun tipo. Spesso aver cominciato così tardi è un vantaggio, ho una tecnica di studio a lungo esercitata e una mente mediamente razionale e matematica quindi tutto ciò che assomiglia a dati da capire e imparare è velocemente assorbito. D’altra parte tutto il resto è molto più difficile, i movimenti non sono naturali per le mie dita e il mio orecchio fa molta fatica.

In seguito ad una lezione particolarmente frustrante ho scritto questo testo.

Incontri di musica

Le cinque, o magari le sette, o le tre. Non so voi, ma io ho lezione alle tre e quindi, erano le tre. Anzi, il mio orologio segnava una decina di minuti prima delle tre quando ho parcheggiato la macchina e sono scesa con la mia borsa. Ho attraversato la strada, ho fatto quei pochi passi che mi separavano dal cancello variopinto dell’entrata, ho sentito lo scricchiolio del breccino sotto ai miei piedi prima di raggiungere i gradini dell’edificio e, alla fine, sono entrata nell’area comune.

È così che mi piace definire il salone principale, ma in realtà non c’è un nome appropriato o comunemente usato per parlarne, è solo uno spazio dalle varie funzioni. Solitamente mi scelgo una sedia vuota per sedermi ad aspettare, oppure, se sono sola, passeggio osservando le pareti che ormai conosco a memoria o i fogli avanzati da altre lezioni. Anche stavolta sono in anticipo e passeggio facendo vagare il mio sguardo.

Sono sempre in anticipo, forse perché ho sempre paura di essere in ritardo, o forse perché arrivare prima mi da il tempo di guardarmi attorno per studiare eventuali novità. Perché mi soffermo tanto sui minuti prima della lezione? Perché in quei minuti cresce in me un’ansia simile a quella che precede un esame: un miscuglio di eccitazione e nervosismo, di adrenalina e di paura che minacciano di paralizzarmi. Ripasso mentalmente gli esercizi cercando di tranquillizzarmi o cedendo alla negatività: lo so, oh no! non lo so!

Ma non voglio annoiarvi con sciocchezze del genere, veniamo al dunque. Qual è il vostro punto debole? L’esercizio o abilità per il quale siete proprio negati e che più vi preoccupa? Il mio è il dettato musicale. E il cantato. E… bé per farla breve, tutto ciò che coinvolge l’orecchio. Quindi, trattandosi di musica, un bel po’ di cose in effetti. Partiamo da una premessa, al liceo una professoressa di lingua inglese mi disse che il mio era un buon orecchio; me lo disse solo in base al fatto che sapessi imitare accuratamente l’accento corretto invece di “italianizzare”, per così dire, i termini inglesi. Al tempo, quel complimento mi rese terribilmente orgogliosa e mi convinsi di avere un ottimo orecchio in generale, per cui, potrete capire la mia delusione quando mi venne fatto notare che mi illudevo e che in realtà il mio orecchio non aveva niente di speciale, anzi piuttosto era “speciale” nelle sue mancanze.

Ormai arresa alla prospettiva di essermi fatta un’idea del tutto sbagliata sui prodigi del mio udito, da una parte mi impegno per migliorare le mie capacità, dall’altra tendo a giustificare i miei fallimenti dando interamente la colpa a madre natura che non mi ha voluto far ereditare l’orecchio sensibile di mio padre. Di conseguenza, quando affronto certi esercizi, gli scenari possono essere due: non mi riescono e demoralizzata mi deprimo perché malgrado l’impegno nulla sembra cambiare men che meno migliorare, oppure, non mi riescono e ridendo sdrammatizzo. Entrambe le opzioni non piacciono al mio insegnante perché sostiene che anche quando rido in realtà mi sconcentro. Ma dicevo, attendo l’inizio della mia ora e mi si prospetta una lezione interamente dedicata a questa mia difficoltà, il vantaggio? Che non c’è granché che possa preparare, peccato che questo sia anche lo svantaggio.

Esercizio 1. O che bel castello Marcondirondirondello… Mi ripeto a differenti velocità mentre cerco di capire che rapporto c’è tra la nota di “O” e quella di “che”: sale, scende o resta lì? La prima volta che canto l’intervallo tra me e me, sono convinta che sale, poi mentre passo all’intervallo successivo mi prende un dubbio e mi correggo, no no, scende. Alla terza ripetizione mi rimprovero la mia ingenuità e decreto che si tratta sempre della stessa nota. La decima volta che ripeto O che bel castello Marcondirondirondello, che è anche più o meno la decima volta che cambio idea – e meno male che le opzioni sono solo tre! – non sono nemmeno più sicura di ricordare bene la melodia originale, ma temo, e spesso accade, di averla adattata alle mie supposizioni. Riascolto il brano e riprendo. Siccome non voglio farmi ingannare dalle sillabe trasformo il tutto in una sfilza di M m mm-m-m-m mmmmmmmm e chiudendo gli occhi mi concentro sulle vibrazioni. Ah sì, il primo lo sento qui, nel cervello! Mentre il secondo è più verso la gola… Scende! Lo ripeto per esserne sicura, ma mettendomi alla prova scopro che se mentre mi concentro penso “scende” anche la sensazione fisica è quella, se penso “sale” viceversa mi pare che il primo suono sia in gola e il secondo all’altezza della testa. Cacchio! Tutto questo solo per capire se il suono sale, scende o rimane fermo. Vi lascio immaginare che succede quando passo a cercare di capire “di quanto sale” e “di quanto scende”.

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