Testi da Installazione

Questo brano ha fatto parte di una micro installazione in una mostra dedicata alle arti ed era in abbinamento a tre foto da me scattate in analogico e che intendo aggiungere appena avrò modo di scannerizzarle.

Contorta è la Vita come un Bacio proibito, rubato e concesso – La Partoriente – Casa è restare sapendo di poter partire

Avevo forse quattro anni al tempo del mio primo bacio. Non ricordo il viso del bambino a cui lo diedi e di certo non ha avuto alcun significato se non quello di un’impronta umida e leggermente appiccicosa sulle mie labbra.

 Il mio primo bacio alla francese lo pianificai: la sera perfetta, S. Lorenzo, sotto le stelle; un bravo ragazzo un po’ strano, di quelli che si distinguono, come piaceva a me. Ma non chiedetemi altro, non ricordo.

 Eppure, quando oggi guardo i rami contorti di un cespuglio spoglio ripenso alla sensazione che mi diede quel bacio; quello di cui ho più vivida memoria. Mi fu preso con la forza, ma glielo concessi perché rinunciai a resistergli. E finii per impigliarmi nell’annodata matassa della sua essenza; essenza che era viva e vita stessa. Il bacio che mi raccontò cos’era la vita, cosa il mondo. Soffiò cantilene di attimi da cogliere, non occasioni, ma momenti, movimenti del mondo. Mi parlò della fretta dell’uomo di remare verso i propri obiettivi perdendo di vista quel che accade sulla riva. Un solo bagnato tocco rubato mi ricordò la felicità del sorriso esplosivo di mio zio, il piacere del profumo di chicchi di caffè appena macinati, la calma nel contemplare i passanti in una giornata di sole. Il senso della mia esistenza è così composto da lana aggrovigliata nella quale ho catturato come sapiente ragno piccole lucciole luminose di movimenti vitali. Per tessere questa ragnatela, e questa sola, sono nata.

Quindi qualcuno a suo tempo decise di farmi nascere; di darmi la vita. Qualcuno con cui per nove mesi ero una cosa sola e da cui mi sono dovuta improvvisamente separare. Zac. Un taglietto per un trauma lacerante. Un uno che diventa due. Un maledetto abbandono. Una spinta di reni verso la solitudine dell’essere un pezzo di qualcuno in mezzo ad altri pezzi. In quelle gambe avvolte da morbida luce artificiale, aperte, non per accogliere, ma per espellere, c’è la condanna e la gioia di una madre. Costretta a squartarsi con le proprie forze costruisce in seguito simboli dell’ormai perduta appartenenza: la casa, blanda riproduzione del grembo materno.

Ma casa, ogni bambino lo impara col tempo, non è un luogo; piuttosto una disposizione dell’animo. Una rilassatezza delle membra. Una libertà della lingua. Una leggerezza della mente. Una sicurezza del cuore. Una carezza dell’aria. Una luce che cade su panni appena stesi. Un’apertura dello sguardo. La consapevolezza di sentire noi stessi nella pienezza di ogni senso e allo stesso tempo e allo stesso modo percepire ciò che ci sta intorno. Casa: il tempio che con noi si muove e dal quale non sentiamo il bisogno di fuggire.

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